Dramma Camusso

Riforma Monti-Fornero del lavoro uguale “licenziamenti facili” in Italia: è questa, in sintesi, la posizione della Cgil enunciata ieri dal segretario generale Susanna Camusso. “Il governo sembra voler portare in Asia l’immagine che in Italia si può licenziare facilmente  Siamo di fronte a un esecutivo che scarica su lavoratori, pensionandi e pensionati il risanamento e mostra di non aver attenzione alla coesione sociale”. Leggi La vera storia della battaglia riformista tradita a sinistra
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Riforma Monti-Fornero del lavoro uguale “licenziamenti facili” in Italia: è questa, in sintesi, la posizione della Cgil enunciata ieri dal segretario generale Susanna Camusso. “Il governo sembra voler portare in Asia l’immagine che in Italia si può licenziare facilmente – ha detto la leader del sindacato di Corso Italia durante una conferenza stampa seguita a una lunga riunione del direttivo, facendo esplicito riferimento alla visita del premier Mario Monti che inizia domenica e che lo porterà in alcuni paesi asiatici – Siamo di fronte a un esecutivo che scarica su lavoratori, pensionandi e pensionati il risanamento e mostra di non aver attenzione alla coesione sociale”. A far sollevare la Cgil è soprattutto la rottura del tabù costituito dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che oggi di fatto impedisce i licenziamenti individuali per ragioni economiche, e che nella nuova versione proposta da Monti e Fornero porterebbe con sé “il rischio di un uso indiscriminato, contro i lavoratori, dei licenziamenti economici”. Specie su questo punto, ha annunciato comunque Camusso, “la partita non è chiusa”.
Anche per questo, alla vigilia dell’ultimo incontro tra parti sociali e governo previsto per oggi, la leader sindacale ha annunciato 16 ore di sciopero, di cui 8 per uno sciopero generale con manifestazioni territoriali e 8 per assemblee. Una forma di lotta intensa, eppure dalla Cgil aggiungono che non si tratterà di una semplice “fiammata”. In polemica indiretta con Camusso ha parlato invece Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl: nella riforma, ha detto ieri, “ci sono tanti aspetti positivi, ma si discute solo dell’articolo 18 e io credo che su questo si faccia politica più che sindacato”.
Non a caso tra gli addetti ai lavori inizia a circolare una domanda: e se la resistenza a oltranza della Cgil fosse stata controproducente rispetto agli stessi obiettivi dichiarati del sindacato? Il ragionamento è il seguente: il “no” della Cgil a qualsiasi compromesso sull’articolo 18 ha forse impedito che i sindacati facessero almeno fronte comune a sostegno di proposte di riforma meno dirompenti rispetto a quella Monti?
Un confronto tra le bozze della riforma Monti-Fornero e l’ormai celebre “contratto unico” proposto da Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Pd, rende evidente il paradosso. Il progetto di flexsecurity di Ichino si fonda su un contratto a tempo indeterminato più flessibile e per tutti, e su una maggiore sicurezza nel caso di perdita del posto. Per tutti i licenziamenti dettati da ragioni economiche e organizzative, infatti, il progetto Ichino prevede che al lavoratore sia corrisposto un indennizzo economico che cresce con l’anzianità di servizio. Lo stesso Monti, nel suo discorso di insediamento in Parlamento, citò questo della flexsecurity come uno dei possibili riferimenti legislativi per la riforma del mercato del lavoro, eppure la Cgil non ha mai accettato la riformulazione dell’articolo 18 suggerita da Ichino. Risultato: oggi la proposta governativa prevede l’indennizzo (da 15 a 27 mensilità) soltanto nei casi di licenziamenti economici giudicati illegittimi dai giudici; in tutti gli altri casi di licenziamento economico, il lavoratore percepirà la sola Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego) per un massimo di 12 mesi per gli under 55.
Nemmeno la proposta di contratto unico avanzata dal prof. ed editorialista di Repubblica Tito Boeri e dal collega economista Pietro Garibaldi (contratto a tempo indeterminato per tutti con sospensione dell’articolo 18 nei primi tre anni dall’assunzione) è stata giudicata degna di essere sostenuta da parte della Cgil. Risultato: nella proposta Monti-Fornero l’apprendistato dura tre anni e – secondo le prime indiscrezioni – può essere interrotto a fronte di una “certificazione” delle competenze acquisite dal lavoratore, mentre Boeri e Garibaldi già per la fase d’inserimento di tre anni prevedevano la corresponsione di un indennizzo in caso di licenziamento.
Non a caso ieri anche l’ex ministro Cesare Damiano (Pd), che aveva aperto a un periodo di prova di tre anni in cui non valesse l’articolo 18, ha criticato il fatto che ci si sia concentrati troppo sullo Statuto dei lavoratori senza parlare di risorse per gli ammortizzatori sociali. Terzo e ultimo paradosso: mentre i progetti Boeri-Garibaldi e Ichino prevedevano che le nuove regole sui licenziamenti sarebbero valse solo per i nuovi assunti, la proposta Monti-Fornero fa sì che il superamento dell’articolo 18 valga anche per i contratti a tempo indeterminato in essere. Tutte buone ragioni che spingono qualcuno, anche a sinistra, a chiedersi: l’irrigidimento della Cgil sull’articolo 18 è stato veramente la scelta più lungimirante?